18 dicembre 2014

Recensione: Magic in the moonlight

Ambientato nel 1928, il film ci porta a Berlino dove un Wei Ling Soo è un celebre prestigiatore cinese in grado di fare giochi spettacolari, meravigliando il pubblico e rendendolo acclamante. 
Un prestigiatore che dietro la sua maschera, torna ad essere quello di sempre: Stanley Crawford, un gentiluomo inglese sentenzioso e insopportabile. 

Un giorno un vecchio amico gli propone di smascherare una presunta medium, impegnata a circuire una ricchissima famiglia americana in vacanza in Costa Azzurra.




Stanley accetta e così, ospite dei Catledge, sotto falsa identità, si fa passare per un uomo d'affari e incontra la giovane Sophie Baker che si innamora.
Per un uomo come lui, però, è difficile lasciarsi andare e credere che Sophie sia realmente interessata a lui. Una serie di circostanze lo faranno ricredere; non si può resistere alla più grande magia del creato: l' amore. 

Allen non è mai banale come può sembrare. E' una cinematografia molto sottile. Quasi tutti film di Allen hanno un sottotrama che, d'altronde, ha contribuito a rendere i suoi primi film dei capolavori. 

Dietro all'ironia "british", si sà, c'è sempre una verità dal retrogusto amaro. E anche qui, partendo da Berlino, sebbene il tutto sia confezionato con la solita leggerezza apparente alleniana, si nasconde il tragico periodo tedesco tra crisi e nazismo.In questo film si ripropone la figura magica come in molte altre sue pellicole. 

In Magic in the Moonlight questo elemento serve per fare una scelta tra la vita vera e la sua illusione. E difatti l'illusionista protagonista, Colin Firth cinico, razionale, sarà costretto a capitolare alla magia della vita reale.

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