7 agosto 2020

Recensione libro: 'La macchia mongolica' di Massimo e Caterina Zamboni


La macchia mongolica è la narrazione di due viaggi in Mongolia vissuti da Massimo Zamboni inizialmente e successivamente anche da Caterina, sua figlia.

Un viaggio, che ha segnato molto la loro vita e la loro filosofia di essa, tanto da cambiarne abitudini, da stravolgere la loro quotidianità per avvicinarla il più possibile, anche in Italia, a quella civiltà che sentono un pò anche far parte di loro.

Il libro, edito da Baldini + Castoldi, inizia con il primo viaggio nel 1996 dove Zamboni si accinge a conoscere le usanze, le tradizioni, la civiltà mongola: l'accoglienza, le feste, il cibo, la lavorazione delle pelli, l'uccisione delle pecore, la poca igiene che dai mongoli, che bevono acque torbide e vendono ciotole di sterco, viene vissuta con noncuranza essendo normale tale condizione in natura. 
Un popolo di nomadi che tutto costruisce con il fango per creare abitazioni momentanee e non definitive; gruppi di famiglie che considerano la propria casa un mezzo e non un fine. Gente che fa traslochi aiutata dalla forza dei tori,  ragazzi muscolosi, cibo (prevalentemente carne) preparato in qualsiasi maniera anche essiccata per portarlo dietro come spuntino. 
Un ragazzo adolescente a cui Zamboni pagherà gli studi per dargli la possibilità di crearsi un futuro e darla di conseguenza anche alla sua gente.

Una civiltà così lontana e per questo così affascinante agli occhi dell'autore da conquistarlo completamente. Una volta a casa cercherà di riproporre quell'ambiente, ed essendo cofondatore dei Cccp e Csi, la sua esperienza mongola lo porterà a pubblicare un disco dei Csi intitolato "Tabula Rasa elettrificata". 

Diventato padre lo informano che la piccola figlioletta presenta una piccola macchia blu, destinata a svanire crescendo, chiamata "macchia mongolica" che caratterizza proprio la popolazione mongolica. 

Una coincidenza che aumenta ancor di più la passione per la Mongolia e che spingerà anche la figlia, Caterina, compiuta la maggiore età,  a fare quel viaggio. Ed ecco la seconda parte del libro dove, oltre Massimo Zamboni, ad essere colpita dal fascino della Mongola sarà anche sua figlia.

Il libro scritto a quattro mani, viene composto in maniera talvolta poetica; un testo più descrittivo che dialogato, come un diario di viaggio che certe volte si lascia andare alle emozioni trasmettendole al lettore anche solo con una parola, in modo telegrafico, incisivo, come un'istantanea. 

Iniziando la lettura si resta un pò confusi dalla lettura, dal modo di scrivere dell'autore, a tratti completamente coinvolto emotivamente, ma poi, pian piano, si riesce ad entrare nella sua ottica di esploratore che si ritrova conquistato da quella terra descrivendone anche le parti più disgustose, grezze o cruente in modo diretto senza mezzi termini proprio per esaltare la realtà della natura in cui vivono e si adattano quelle popolazioni, che spesso è più pratica che romantica ma che comunque ti accoglie e ti nutre.

Dopo tutto c'è un equilibrio: vivere in natura come dovrebbe essere nella normalità, liberi dalle corazze fatte di mattoni cemento e abitudini fuori dalla logica universale. Quelle popolazioni insegnano a vivere togliendo e non aggiungendo, in modo semplice in equilibrio perfetto e con rispetto verso ciò che li circonda, la madre terra.

Questo secondo viaggio insieme alla figlia ha dato spunto a Zamboni per creare un altro disco e un documentario chiamati appunto "La macchia mongolica" come il libro.

Un'esperienza che diventa così multi sensoriale tra musiche, video e lettura che coinvolgono lo spettatore portandolo in un mondo parallelo, lontano dalle proprie abitudini ma che comunque fa parte anche esso del nostro mondo e in quanto diverso può anche insegnare qualcosa di nuovo e a vivere il quotidiano avvicinandosi maggiormente alla natura, la nostra vera casa.


Grazie a Baldini + Castoldi per averci inviato il libro.

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