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Recensione: Il figlio più piccolo, un film di Pupi Avati

Il figlio più piccolo, il quarantesimo film di Pupi Avati, uscito nelle sale il 19 febbraio, fa parte della trilogia sulla figura paterna ( il primo è stato "La cena per farli conoscere", il secondo "Il papà di Giovanna" ) nei quali si raccontano padri  disturbati, troppo assenti o troppo presenti.


Questa volta, però, si sceglie di virare verso un clima moderno e molto rappresentativo della società attuale: una società popolata da furbetti e ladruncoli di ogni sorta che non mancano alla prima occasione di farsi strada sulle spalle di gente onesta, sprovveduta e magari incapace di nutrire rancori.

Nello scontro, per la prima volta, con la decadenza dei nostri costumi, il principio che Avati mette in scena è radicale ma interessante. Come lui stesso ha dichiarato: "È la mia prima storia di denuncia. Mi sono sentito costretto a raccontarla da un presente indecente. Non parlo solo di politica, ma della volgarità che mi ha fatto insorgere e ricandidare l'innocenza, quella vera, pura".

Luciano Baietti è un piccolo imprenditore scaltro e ambizioso che nel giorno stesso in cui sposa la donna da cui ha avuto due figli, scompare assieme a un eccentrico contabile appena uscito da seminario, portando con sé la proprietà di tutti i beni immobili. Diciotto anni dopo è dirigente della Baietti Enterprise, una delle più importanti società immobiliari del paese, nonché capo di un impero economico costruito su raccomandazioni, ricatti, società fantasma e connivenze politiche. Alla vigilia delle seconde nozze con una ricca romana politicamente in vista, Baietti richiama la prima moglie, che nel frattempo non ha mai smesso di amarlo, e il figlio più piccolo Baldo, per invitarlo ad essere testimone di nozze e nuovo dirigente del suo impero d'affari. Storie di ordinaria follia familiare che in questo nuovo affresco si tingono di marcio cinismo ed esasperato candore poiché questo padre insensibile, perso nel suo brigare è pronto a far ricadere magagne imprenditoriali e guai economici sul figlio piccolo, tonto e facilmente raggirabile.

Avati per rafforzare la sua tesi, trasforma volutamente tutti i comprimari in caratteristi eccentrici e i protagonisti in ometti patetici: dallo “squalo” della finanza ipocondriaco in sandali da frate (Zingaretti), alla cantante hippie e polemica (Morante), dalla nuova moglie, volgare borghesuccia romana che combatte la partitocrazia della politica con una squadra di bellocci palestrati, fino ai due “piccoli” protagonisti del film, l'imprenditore miserabile (De Sica) e lo studente sovrappeso (Nocella), sono tutti elementi che, presi singolarmente, confermano la bravura di Avati come scrittore inventivo e geniale.

In questa pellicola scopriamo, poi, un insolito Christian De Sica in una nuova veste drammatica, sdoganato finalmente dal cinepanettone che dimostra e conferma di essere un attore di un certo spessore e calibro.

L'attore che aveva già lavorato con Avati nel 1976 in Bordella, ha raccontato di aver accettato di cuore “un cambiamento di rotta, il fatto di calarmi in un carattere ributtante, drammatico”.

In questo film ad interpretare il ruolo comico al posto di De Sica è Laura Morante, che confida:“A me sono sempre piaciuti i personaggi estremi, eccessivi, più vicini alla commedia che al dramma, un genere che non ho mai digerito molto perchè proprio non mi appartiene. A me piace recitare non mentire spudoratamente, questo film rappresenta un po' una svolta sia per me che per Christian che ci siamo virtualmente scambiati i ruoli, io mi metterò a fare le commedie e lui i drammoni”.

Accanto a loro, per la prima volta con il regista bolognese, recitano Luca Zingaretti, che si cala ottimamente nell' ambiguo ruolo di uomo senza scrupoli, cattivissimo e corrotto, con strascichi morali intermittenti che lo rendono paradossalmente più spaventoso, tra maneggi oscuri e lealtà amicale patologica, e il semi esordiente, vera rivelazione del film, Nicola Nocella scovato nella Scuola Sperimentale dallo stesso Pupi Avati.

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