9 ottobre 2013

Recensione: Anni Felici

Anni felici è una commedia sui toni malinconici a tratti drammatici.
Il film è stato presentato in anteprima all'edizione 2013 del Toronto International Film Festival.


Kim Rossi Stuart qui interpreta Guido, un artista estroso che con la scusa dell'arte tradisce la moglie e da sfogo alle sue fantasie. Vuole essere controcorrente, anticonformista e la famiglia così borghese da un lato sembra apparentemente soffocarlo, dall'altro è invece un perno fondamentale della sua vita e lo rassicura.

La moglie, Serena, è una sentimentale innamorata che pur soffrendo cerca di star accanto a Guido nel bene e nel male sopportando, con tensione interiore, le estrosità del marito.

Il tutto viene ricordato da uno dei due figli il più grande Dario, che da adulto racconta l'infanzia in quella famiglia in quegli anni 70 felici almeno visti dall'occhio di un bimbo ma che poi così felici non erano.

Kim Rossi Stuart da tempo si cimenta in ruoli da bello e dannato e qui oltre che bello e dannato è anche un pò folle e cerca in tutti i modi di esasperare questa caratteristica, nell'espressione e negli atteggiamenti del personaggio. E' un uomo che vuole evadere ma non lo vuole veramente, trasendendo nell'incoerenza. Rossi Stuart riesce a trasmettere questo contrasto ma pur essendo bravo non mi ha convinta totalmente.
La Ramazzotti invece è nella sua parte. Sente il personaggio, lo vive ed è nelle sue corde; anche per lei questo tipo di personaggio non è nuovo ma questa volta si libera da fronzoli vezzosi diventando una donna quasi coraggiosa nel mantenere un rapporto travagliato con il marito.
I due insieme sono una coppia insolita, lo stacco è evidente. Forse anche questa diversità è voluta e cercata per rendere meglio le differenze abissali dei due personaggi.

Come fotografia, come stile narrativo, Anni Felici, sebbene ambientato in epoca diversa, ricorda vagamente il film di Virzì La prima cosa bella: in entrambi i film nonostante le tante difficoltà, i sentimenti veri, quelli buoni, non muoiono ma anzi si rafforzano diventando il collante della narrazione; anche in questo film i componeti della famiglia sono legati dal cuore più che dagli avvenimenti.

Nello sguardo del figlio Dario, spettatore e attore, c'è il riflesso di Daniele Luchetti bambino che con una super 8 riprendeva la realtà turbolenta che lo circondava; la voce narrante del Dario adulto è infatti quella del regista

voto 7

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